Dopo diversi anni, la produzione del sequel di Io sono leggenda (2007) sembra sulla strada giusta. Già dopo il grandissimo successo del primo film si vociferava di un possibile seguito, ma a causa di innumerevoli problematiche produttive diversi tentativi furono accantonati e il progetto rimase congelato. Qualche anno fa, comunicazioni ufficiali hanno confermato l’inizio della produzione della pellicola e l’ingresso nel progetto di Michael B. Jordan, mentre recentemente è giunta la conferma sulla scelta del regista: il giovane Steven Caple Jr..
Il finale alternativo di Io sono leggenda: la nuova strada del sequel
La storia dello scienziato Robert Neville tornerà, con la perplessità di chi lo aveva visto morire, durante la visione in sala, sacrificandosi per l’umanità. Il sequel prenderà infatti una strada insolita, ricollegandosi al finale alternativo che fu girato e fu poi inserito nella versione DVD. Questa scelta permette di mantenere Robert Neville (Will Smith) al centro della storia, proseguendo il racconto non dal sacrificio del protagonista, ma dalla sconvolgente scoperta a cui si assiste negli ultimi minuti della versione alternativa: Neville non trova una cura, ma scopre che le creature vampiresche che abitano il pianeta dopo l’epidemia, in realtà hanno una loro coscienza, una struttura sociale e dei sentimenti. Il seguito prenderà le mosse da qui, aprendo la strada per il tanto agognato sequel e recuperando un forte legame con il materiale originario, il libro Io sono leggenda (1954).
Il finale della versione distribuita nelle sale nel 2007, criticato da molti per la distanza dal romanzo, testimoniava la volontà dell’epoca di trasformare una storia di critica sociale in un blockbuster d’azione, lasciando da parte il messaggio e puntando sul legame emotivo con il pubblico che doveva uscire dalla sala rincuorato, dopo aver sofferto per le traversie del dottor Neville, grazie alla conclusiva speranza di una salvezza per l’umanità.
L’origine di Io sono leggenda: il libro di Richard Matheson che ha rivoluzionato l’horror e la fantascienza
Al contrario, Richard Matheson, autore del libro, scrisse un’opera che rivoluzionò il genere horror e quello della fantascienza, trasformando gli ambienti e le atmosfere gotiche delle storie di mostri in un racconto distopico, che voleva indagare la società moderna e l’animo umano nel suo rapporto con la morale, la diversità e l’isolamento. Robert Neville fu scritto come un’uomo comune, senza nessuna esperienza militare o scientifica, che dopo un’improvvisa epidemia, si ritrova ad essere l’unico immune in un pianeta di mostri: esseri umani trasformati da un batterio in vampiri, assetati di sangue e intolleranti alla luce del sole.
Nel romanzo ci sono le ansie del secondo dopoguerra: la minaccia di un’epidemia globale, il timore della fine della civiltà e la fiducia assoluta nella scienza; sono gli anni della Guerra Fredda in cui aleggia l’incubo nucleare e la paura di un nemico invisibile. Matheson rielabora il vampiro in chiave moderna, integrandolo in un mondo razionale, dominato dalla scienza e dalla paura del contagio. Uno degli aspetti più innovativi è proprio la razionalizzazione del soprannaturale: il vampiro diventa una creatura biologica, spiegabile e immersa in un sistema coerente. Il fantastico lascia spazio alla scienza, senza però offrire alcun tipo di consolazione. La spiegazione razionale rende l’orrore più inquietante, perché elimina ogni possibilità di romanticizzare il mostro e trasforma il male nella nuova normalità.
Robert combatte contro i vampiri, ma anche contro il tempo, il silenzio e la perdita di ogni legame umano. La ricerca di una spiegazione razionale all’epidemia diventa un’ancora di salvezza, un tentativo disperato di restare umano in un mondo che fa fatica a riconoscere. Matheson utilizza la sopravvivenza del singolo come punto di partenza per fare una riflessione molto più ampia sui concetti di normalità, appartenenza e identità, spingendo il romanzo horror verso una meditazione profonda sulla condizione umana.
Robert Neville è il fulcro assoluto della vicenda, l’intero mondo del romanzo è costruito intorno alla sua percezione della realtà, quella di un uomo ordinario, costretto a sopravvivere in una condizione estrema senza alcuna preparazione. L’alcol diventa un rifugio per anestetizzare il dolore e il senso di fallimento, che scava una frattura sempre più profonda tra ciò che era e ciò che sta diventando.
L’autore esplora la paura come esperienza psicologica, che nasce dall’isolamento, l’ansia e il sospetto verso ciò che un tempo era normale. L’orrore diventa quotidiano e familiare, mentre il significato di ordinarietà si trasforma a seconda del punto di vista. Robert teme le creature e allo stesso tempo incarna ciò che esse percepiscono come intimidatorio. Il punto chiave è che la vera alterità è culturale e percettiva, oltre che biologica: ciò che è normale per uno può apparire mostruoso per un altro, che condizionato dall’ignoranza fatica ad accettare il cambiamento. Lo stile di Matheson è essenziale e diretto, privo di fronzoli, ideale per trasmettere il logoramento interiore e la concretezza delle azioni quotidiane di Robert. La ripetizione immerge il lettore in un loop tormentato al servizio della sopravvivenza, in cui la luce del giorno che protegge scivola via e lascia il posto all’oscurità della notte che pericolosa rivela la vera natura di questo mondo post-apocalittico.
Dal libro al film del 2007: tra le differenze e il vero significato del titolo
La desolazione e il pericolo si ritrovano nell’adattamento cinematografico del 2007, in cui però l’introspezione psicologica del protagonista cede il passo all’adrenalina degli scontri e delle apparizioni dei vampiri che il medico militare affronta armato di fucile. Non stupisce perciò che il finale originale del film lo elevasse a martire dell’umanità e lo portasse ad essere ricordato come una vera e propria leggenda. Il significato del titolo del romanzo però non ha nulla a che vedere con questa interpretazione, ma ha un significato molto più cupo e critico che, nonostante l’enorme successo della pellicola, fu maggiormente rispettato dai precedenti adattamenti del romanzo.
Io sono leggenda infatti è la terza trasposizione dello scritto di Matheson, che ha influenzato per decenni l’intero panorama del cinema e della letteratura di genere. La sua idea dell’“ultimo uomo sulla Terra” ha ispirato decine di opere successive, dai romanzi di zombie a film come il cult L’alba dei morti viventi di Romero, fino a serie di grande successo come The Walking Dead.
Il cult fantascientifico 1975: Occhi Bianchi sul Pianeta Terra
Nel 1971 Boris Segal cercò di adattare Io sono leggenda, ma con un titolo diverso 1975: Occhi Bianchi sul Pianeta Terra (in originale The Omega Man) collocandosi a metà strada tra il romanzo e l’adattamento del 2007, infatti egli fuse scontri ad alta tensione con una critica sociopolitica al proprio tempo. Qui Robert è interpretato dall’eroico Charlton Heston, che si ritrova isolato per colpa dei veleni di una guerra batteriologica, lasciandolo assediato non da orde di mostri, ma da una setta, simil religiosa, chiamata La Famiglia, composta da persone contaminate, che hanno l’aspetto di monaci dalla pelle e gli occhi bianchi (a cui si fa riferimento nel titolo italiano).
Una pellicola che per molti versi non ha retto il peso del tempo, rimanendo congelata in caratteristiche tipiche dei B-movie fantascientifici dell’epoca, ma uscendo vincitore nel trasmettere le atmosfere della desolazione e del vuoto di un mondo stravolto dall’epidemia.
L'ultimo uomo sulla terra (1964)
L’adattamento migliore, tuttavia, rimane la prima trasposizione, realizzata nel 1964 da una co-produzione italo-americana, in un’epoca che vedeva la nascita di un grande mestiere nel cinema di genere italiano, evidente in quello che è L’ultimo uomo sulla terra. La paternità di questa pellicola rimane incerta: da alcuni è attribuito ad Ubaldo Ragona e da altri all’americano Sidney Salkow. Il film fu girato interamente in Italia tra l’EUR e il Lungo mare di Ostia, dopo aver attraversato diverse magane produttive e aver finalmente visto la luce, ma con un budget ridotto.
Matheson collaborò alla sceneggiatura e probabilmente fu questa la ragione per cui la pellicola mantenne la pesantezza e la tensione presenti nelle pagine del libro, caricandosi della magnifica escatologia e introspezione psicologica ricercate dallo scrittore. Ragona/Salkov mise in scena la drammaturgia dello scienziato che, condannato alla solitudine e all’inesorabilità del suo destino, deve compiere la sua missione soteriologica nei confronti di una tragica estinzione del genere umano, affascinando per la cura delle immagini che creano un’atmosfera cupa, notturna, e claustrofobica anche negli esterni del quartiere EUR, trasfigurato da livide luci usate in chiave espressionista, con spazi desertici attraversati da corpi deambulanti. Infine gli sguardi allucinati del protagonista, interpretato da Vincent Price, sono il valore aggiunto di questo capolavoro. Il finale del film conferisce un significato profondo alla storia, ridefinendo tutto quello che lo spettatore aveva pensato di capire e legandosi in maniera molto fedele, soprattutto rispetto alle altre trasposizioni cinematografiche, allo spirito e il messaggio del libro. Robert Neville, qui chiamato Robert Morgan, viene a conoscenza di una nuova società, non costituita da mostri senza cervello, ma da creature senzienti ed organizzate che hanno imparato a convivere con il morbo grazie ad un siero, che le ha rese qualcosa di nuovo, lontano sia dai vampiri che dagli esseri umani. Per questa nuova comunità Robert, che pensava di essere un’eroe e l’ultimo baluardo dell’umanità, è un mostro sanguinario che uccide i loro simili nel sonno durante il giorno.
Le differenze con il libro sono minime: la morte nella pellicola avviene durante un’inseguimento, mentre nel romanzo attraverso un esecuzione pubblica, ma la consapevolezza che permane a chi ha assistito a questi finali è la stessa. Robert Neville dimostra la natura relativa della normalità, che viene definita tale solo in base al numero di individui che condivide un’unica prospettiva: in un mondo di esseri che difiniremmo mostri, il vero mostro è il diverso, colui che in preda alla paura e all’istinto di sopravvivenza si macchia di una violenza che pensava necessaria.
Quale sarà il futuro della leggenda di Robert Neville?
La riflessione di Matheson sulla natura dell’uomo e su cosa ci rende esseri umani si è gradualmente persa, man mano che gli anni sono passati e i tentativi di trasposizione della sua opera si sono susseguiti. Si è sempre più virato verso la conquista del pubblico, allontanandosi dalla volontà di stimolare lo spettatore ad una riflessione critica sul proprio presente.
Io sono leggenda 2, però, sembra voler ritornare alle origini, anche in una prospettiva di sfruttamento del successo del primo, costringendosi ad affrontare la questione di una nuova specie che popola il pianeta. I pochi umani sopravvissuti rappresenteranno una minaccia all’evoluzione della vita sulla Terra, più che una speranza? Le aspettative su questa nuova pellicola, quindi, oscillano tra un intrigante ritorno a tematiche di maggiore profondità e un rischioso allontanamento dal testo, tentando di continuare ad immaginare il destino di Robert Neville dopo la sua sconvolgente scoperta. Forse questo film, mantenendo lo spirito del predecessore, cercherà di approfondire la complessità della condizione del proprio protagonista, così com’era stata immaginata da Matheson.
Lo scrittore infatti scelse Io sono leggenda come titolo del proprio romanzo non per erigere il protagonista a figura mitologica, portatore della salvezza per l’umanità, ma per anticipare la vera natura del proprio racconto: le vicende di un uomo la cui esistenza è diventata una leggenda desueta in un mondo che è andato avanti senza di lui.