Non si conosce ancora con precisione la data d’uscita de Le avventure di Cliff Booth, probabilmente il debutto avverrà dopo l’estate, ma nulla è ancora confermato. Si tratta del film prodotto da Netflix che estenderà l’universo narrativo del nono lungometraggio di TarantinoC’era una volta a … Hollywood, che segue le avventure dello stuntman Cliff Booth, con il volto di Brad Pitt, e del collega-amico attore Rick Dalton, interpretato da Leonardo di Caprio. La storia si concentrerà sulle traversie dello stunt-man nel suo nuovo impiego: un ruolo da faccendiere per gli Studios di Hollywood, che lo catapulterà nella frenesia e i pericoli della Los Angeles degli anni Settanta.
Il progetto è nato dalla penna di Tarantino che, anche dopo la realizzazione di C’era una volta a … Hollywood, ha continuato a scrivere spinto da un forte attaccamento a questi personaggi. Tuttavia, avendo a disposizione un solo ultimo film prima di completare la sua celebre filmografia di dieci pellicole, il regista ha deciso di vendere la sceneggiatura, la cui regia è stata affidata ad un altro autore.
Il potere della parola scritta di Quentin Tarantino
L’idea di questa coppia, un attore e il suo stuntman, risale al 2008, concepita e scritta da Tarantino durante le riprese di , e . Da un sul cinema americano degli anni Sessanta e sul cambiamento della società americana è nato . Tutto il materiale che non ha trovato spazio nella pellicola è stato poi pubblicato due anni dopo, in un vero e proprio , che amplia l’universo immaginario di Rick e Cliff.
Bastardi senza gloria
ispirata dalle innumerevoli storie della vecchia Hollywood
manoscritto
C’era una volta a … Hollywood
romanzo
Il libro testimonia una tendenza che il regista ha più volte rivendicato nel corso della propria carriera: la priorità durante il processo di scrittura è quello di scrivere dei racconti, partendo dalla potenza e bellezza della parola scritta e ignorando gli sterili tecnicismi delle sceneggiature classiche. La scrittura diventa così un processo lungo e complesso, ma anche di profonda introspezione. Lo stile di Tarantino poggia molto sulla sua formazione ed esperienza attoriale, che ha plasmato lo stile inconfondibile e riconoscibile delle sue opere. Tutto parte da lui, dalle proprie emozioni ed esperienze che non solo possono essere fonte d’ispirazione per l’intreccio, ma che diventano centro emotivo attorno a cui ruotano le vicende e i personaggi. Come un attore deve attingere dalla propria interiorità e psicologia per riuscire a catturare la verità necessaria ad un’interpretazione degna di nota, così fa Tarantino: affonda nelle proprie esperienze per costruire dialoghi iconici, celebri per la loro naturalezza e per la capacità di divagare dalla trama principale senza perdersi, ma anzi approfondendo la psicologia e le dinamiche dei personaggi.
Il cinema nel cinema
In questo romanzo, come nel lungometraggio, risiede la dimensione più apertamente personale di Tarantino. Al centro c’è il cinema e la città che lo ha plasmato, ci sono i western, il cinema italiano e soprattutto quella generazione di interpreti e registi con cui è cresciuto.
La ricostruzione della Hollywood di allora è stata portata avanti in modo maniacale, volta a ricreare le atmosfere di quegli anni, per realizzare una fiaba d’autore, che non si perde nella memoria, ma che una memoria vuole costruirla. Un’universo che si alimenta della storia del cinema e soprattutto del suo immaginario. Nella pellicola sono continue le citazioni del cinema nel cinema: dagli episodi della serie TV girata da Rick Dalton, ai finti poster dei film italiani del protagonista, ispirati a pellicole reali, fino alla scena in cui Margot Robbie, nei panni di Sharon Tate, guarda al cinema la performance della vera Sharon Tate.
Sharon Tate: simbolo della fine di un’era
Centrale in C’era una volta a … Hollywood è anche il ritratto che emerge dell’attrice: una figura pura e innocente, che con una carica archetipica incarna il buono dell’industria cinematografica.
Inoltre, sfruttando il potere immaginifico del cinema Tarantino evita il celebre omicidio della Tate, cambia il corso degli eventi e devia la banda di Charles Manson verso la casa di Rick. Sparisce così dalla storia americana uno degli eventi che ha maggiormente segnato l’immaginario collettivo di quegli anni e che ha segnato il cambiamento a cui stava andando incontro la società.
È il 1968 a porre fine alla storia della grande Hollywood: l’anno della rivolta studentesca che ha dato avvio a un processo di rinnovamento e liberazione in grado di coinvolgere tanto la cultura, quanto i costumi sessuali di intere generazioni. L’omicidio ha segnato il termine dell’era hippie e dell’innocenza di Hollywood, ponendo fine al mito pacifista degli anni Sessanta e macchiando irrimediabilmente la fama della California.
Le istanze di rinnovamento che l’esperienza politica ha raccolto in quegli anni sono le stesse che il mondo dell’arte nel suo complesso aveva cominciato ad esprimere già alla fine degli anni cinquanta. Gli anni in cui si colloca il film di Tarantino sono, dunque, anni di forte cambiamento, segnati a Hollywood anche dall’arrivo di un nuovo modo di fare cinema che ha imposto una radicale trasformazione del linguaggio. Negli Stati Uniti questa trasformazione fu chiamata “Nuova Hollywood” è segnò la fine di un intero sistema produttivo che Tarantino mostra, per certi versi, di rimpiangere, guardando con rammarico a un’epoca d’oro che non c’è più. Tuttavia la sua cinefilia non si limita alla nostalgia e alla malinconia, ma inventa “nuove tradizioni”, come riscrivendo il passato secondo la sua idea di cinema.
Il vero fulcro di C’era una volta a… Hollywood: Cliff Booth
Nel romanzo questo approccio emerge con forza, e l’attenzione è spesso catalizzata su Cliff Booth, uno dei migliori personaggi di Tarantino, ma che soprattutto si rivela una diretta estensione del regista. Scopriamo che Cliff è fan assoluto di Kurosawa e come Quentin osteggia quella Hollywood post bellica, che aveva continuato a fare un cinema avvolto in una patina che aberrava il pop e ripuliva lo sporco, mettendo ai margini talenti come quello di Booth e quello di Dalton ormai costretti a reinventarsi in un cinema che non li appartiene più. In modo poetico, incalzante e libero, Tarantino si estende nella figura dello stuntman, dandogli ancora di più di quanto già non gli abbia dato nel film. In un racconto che si snoda e tocca più personaggi e più momenti, Cliff è il testimone perfetto di quegli anni.
Il personaggio di Booth nasconde la volontà del regista di cambiare la storia, dimostrando la potenza della settima arte che con un intento ucronistico può cambiare l’esito di un evento che ha segnato un’epoca, come già fatto con il nazismo in Bastardi senza gloria e lo schiavismo in Django Unchained. Lo stuntman ha in sé innumerevoli contraddizioni con cui l'autore si è molto divertito a giocare, inserendolo con astuzia nel palcoscenico del quotidiano, slegandolo dai set di Hollywood che, in definitiva, sono per lui solo lavoro e non una vocazione. Si arrangia all'ombra di Rick senza pretese, approfittando in modo candido e dichiarato delle opportunità che possono arrivare grazie alla somiglianza con l’attore suo amico.
É lui che il regista sceglie come mezzo di confronto con la Manson Family. Nella lunga sequenza allo Spahn Ranch, per esempio, Tarantino regala al pubblico un passaggio teso e quasi inquietante dove il regista comincia a far cadere le maschere di Cliff: prima apparentemente interessato alla seducente ed eccentrica Pussy Cat (Margaret Qualley), per poi scoprirsi come uomo tutto d'un pezzo.
Tirando via una sfumatura dopo l'altra dalla costruzione a strati di Cliff, il regista tenta di rendere più chiara la tridimensionalità del personaggio che, a differenza degli altri protagonisti inquadrati spesso nel paradiso delle star, è costantemente legato alla vita reale, fungendo così da anello tra realtà e finzione.
Il suo sguardo, esterno alle prospettive dell’industria del cinema e slegato dalla fama e dalla riverenza verso gli studios, è una finestra sulle luci e sulle ombre di quell’epoca; egli non si fa condizionare da chi e da cosa lo circonda, ma rimane fedele a se stesso. Ciò lo rende il centro dell’affresco dipinto da Tarantino, che non a caso ha voluto, con un romanzo e con un nuovo film, ampliare il suo racconto ed espanderlo oltre il 1969.
Una nuova avventura e una nuova Los Angeles per Cliff Booth
Ne Le avventure di Cliff Booth, Cliff, sempre contraddistinto dalla sua sicurezza e dal suo charme, si immergerà nuovamente, ed ancora più a fondo, nelle ombre di una Los Angeles, reduce, o forse no, dall’omicidio di Sharon Tate; una scelta che potrebbe portare alle estreme conseguenze l’immaginario mondo creato da Tarantino, dove gli eventi storici sono stati cambiati.
Ma la vera sorpresa di questo nuovo progetto risiede neIla regia, affidata a David Fincher, un nome altisonante e non estraneo a progetti di altissimo livello, ma di certo una scelta curiosa per la sua totale distanza stilistica e tematica dall’autore della sceneggiatura. Tarantino è fatto di digressioni, irriverenza, emozioni, ma soprattutto amore per il Pulp e i B-Movie; mentre Fincher è rigore, cinismo e analisi della psicologia e delle ossessioni umane. L’incontro tra questi due autori apre a nuove possibilità e scenari inediti, ponendo le basi per un nuovo approccio e un taglio fortemente diverso sul personaggio e sull’industria del cinema del tempo. Non resta che attendere l’uscita della pellicola per poter assistere all’esito di questa insolita collaborazione.