In occasione della ottantatreesima edizione della Mostra internazionale del cinema di Venezia e dei pochi giorni trascorsi al festival, ecco alcune parole dedicate a ogni pellicola vista alla Biennale, dalle opere che fanno parte del Concorso Ufficiale, agli esordi del Biennale College Cinema, passando per i film della competizione Orizzonti.
Wild Horse Nine - Concorso Ufficiale
Il nuovo film di McDonagh si affaccia a tematiche politiche importanti del passato, dall’omicidio di Kennedy al rovesciamento del presidente Allende in Cile negli anni Settanta; tutti eventi in cui il filo conduttore è il coinvolgimento dietro le quinte della CIA e nello specifico di Chris, interpretato da John Malkovich, un veterano dell’agenzia. Ormai vecchio, malato di cancro e dipendete dalla morfina per il dolore, intraprende un viaggio all’Isola di Pasqua con il collega Lee, per esaudire uno dei suoi ultimi desideri.
Il film si immerge nelle tematiche già viste in film precedenti del regista, come ne Gli spiriti dell’isola, guardando alle complessità e all’importanza dell’amicizia e a temi come il rimpianto e la morte. Lo spettatore viene trasportato in una meravigliosa avventura fatta di tanta ironia e cinismo, che strutturano uno sulla realtà delle cose. Anche in un mondo alla mercé di politici e di interessi economici, in cui sembra impossibile poter reagire, per McDonagh c’è sempre , pur se amara, ma che possa permettere di continuare sempre a reagire.
sguardo duro e vero
speranza
Too Much Sugar - Orizzonti
Too Much Sugar non è un film facile da definire, a metà tra un documentario narrativo e una fiction documentaria che racconta la storia di Ryan Hollinger, un padre di famiglia che sembra non voler crescere, che vive in Missouri con i suoi numerosi figli, avuti da donne diverse, la compagna, la madre e l’amico di una vita AccRite, alle prese con il lutto per la recente morte del figlio in una sparatoria. La storia incuriosisce per il continuo alternarsi di realtà e messa in scena e del loro rapporto, in cui la seconda sembra infiltrarsi nella prima, per spiegarla e approfondirla, ma allo stesso tempo per influenzarla e metabolizzarla.
Il film è come una terapia e uno specchio per chi lo sta realizzando, mettendo a nudo il passato, il non detto e i desideri di una famiglia di periferia come ce ne sono tante altre. Tra momenti di ironia e di profonda malinconia, la pellicola riesce a inanellare diverse tematiche, delle volte con più efficacia e delle volte meno. Ci si affeziona lentamente alla famiglia Hollinger e alle loro difficoltà, arrivando però alla fine della pellicola con un sapore dolce amaro. Un’esperienza piacevole e un modo interessante di narrare per immagini, ma forse con troppi intoppi e elementi superflui per potersi definire un’opera totalmente riuscita.
Gu Shi - Biennale College Cinema
Esordio al lungometraggio di Amie SongGu Shi (=Storia), che grazie al progetto Biennale College Cinema ha avuto l’opportunità di poter realizzare il suo primo vero esordio cinematografico. Il film, con un inizio molto sottovoce, che forse impiega troppo tempo per calare lo spettatore nelle atmosfere silenziose e sospese della villa in cui la famiglia protagonista, padre, madre, la figlia maggiore e il figlio più piccolino, si è apparentemente nascosta. Il film si apre con il racconto della leggenda di questa casa: luogo di rifugio in momenti di difficolta. Una storia che per il proprio tono introduce fin da subito ad una storia in bilico tra il realismo e il fiabesco.
L’opera vuole approfondire il valore del racconto e della memoria, attraverso le storie narrate da questa famiglia al piccolo costretto a letto da un incidente incorso poco tempo dopo il loro arrivo. La regia si concentra sulla natura e gli ambienti della casa per costruire un’atmosfera onirica e talvolta quasi orrorifica, che accompagna le parole dei protagonisti. Seppure le premesse positive e una regia interessante, il film non riesce a cogliere il segno con la forza necessaria, probabilmente per la mancanza di un’immaginario solido e una narrazione chiara da parte della regista.
Diane in the loop - Orizzonti
Questa coppia di registi belgi porta in concorso a Venezia per la sezione Orizzonti questo film, che approfondisce, sullo stile dei loro lavori precedenti, un evento traumatico con un tono e una profondità originali. La pellicola parla della storia di Diane, una donna ribelle e alle prese con il proprio futuro e il proprio rapporto con gli uomini, che odia e allo stesso ama. La storia prende le mosse dalla scoperta da parte della protagonista di una violenza subita dalla madre in giovane età. Questo la porterà alla ricerca del colpevole con l’obiettivo di trovare vendetta, instradandola in un’avventura in cui dovrà affrontare emozioni e persone che non si aspettava di trovare e che cambieranno profondamente il suo modo di vedere il mondo.
L’opera tratta delle difficoltà della vita, dell’elaborazione del trauma e delle infinite sfumature nei rapporti umani, specialmente quelli tra uomo e donna. Con ironia e verità i registi riescono a costruire una storia avvincente e divertente, capace di andare a fondo di un evento così oscuro e di non banalizzarlo e neanche osservarlo in modo patetico o melodrammatico. Con abilità ed un sorriso malinconico i registi plasmano un viaggio interessante alla scoperta di una nuova libertà soprattutto per i personaggi femminili. La protagonista e la madre apparentemente su due traiettorie opposte, ma fortemente legate da quest’evento traumatico, ci accompagnano nel loro tentativo di superarlo.
The Eco Chamber - Concorso Ufficiale
Il film inizia con un lungo prologo, che cala lo spettatore, quasi ipnoticamente, nella vita di Leonardo, un giovane produttore musicale italiano che vive all’estero, e nel rapporto con le sue dipendenze. L’atmosfera, soprattutto grazie alla regia e alla fotografia, è sospesa tra il realismo e l’astrattismo di un racconto più mentale che materiale. La camera guarda ai corpi nei loro spazi con grande rigore e geometria, inseguendo i personaggi e le loro emozioni senza mai abbandonarli ed indulgere sui loro comportamenti. É un’opera lenta, che in modo sospeso narra i legami tra Leonardo, Ava, una cantante che prepara il proprio ritorno sulla scena e Anne, la fisioterapista di Leonardo con cui egli costruirà una storia d’amore.
In questo triangolo, il dolore fisico ed emotivo del protagonista sta al centro, nel continuo inseguimento con l’amata e nel profondo rapporto con Ava, quasi una sua affinità elettiva con cui instaura un rapporto di affetto platonico. Questo ritmo e l’estrema attenzione formale costruiscono una narrazione continuamente in bilico tra profondità dello sguardo e l’assenza di un vero e proprio cuore della storia.
Un equilibrio precario che viene scosso dal finale, che va in una direzione oscura e oscena, quasi imprevista, e che cerca di interrogare lo spettatore, con la sua irruenza, sul trauma del desiderio e la natura del dolore. Un epilogo che mette a dura prova la coesione dell’opera e che rivela le mancanze di un racconto che vuole affrontare molte tematiche, ma che fatica ad essere efficace, finendo così per non approfondire nulla fino in fondo e perdere il legame con lo spettatore.
The Burning Giants - Orizzonti
The Burning Giants è un’opera di un regista thailandese che vuole denunciare un triste capitolo della storia del proprio paese: l’esodo del popolazione Karen nel momento in cui lo stato ha voluto trasformare in un Parco Naturale la foresta dove essi vivevano e della scomparsa dell’attivista Karen noto come Billy.
Il regista Phuttiphong Aroonpheng si approccia al tema scostando il proprio racconto dal crudo realismo e calando la vicenda dei popoli della foresta in uno scenario post apocalittico, in cui una strana malattia che brucia letteralmente i corpi degli infetti ha portato allo sgombero di queste popolazioni dalla loro casa e allo sterminio di molti di loro per arginare l’infezione. Dagli indigeni di queste popolazioni ai membri del corpo militare che impone le norme sanitarie, l’epidemia mette a dura prova tutti e rivela la vera natura di coloro che sono chiamati a schierarsi per affrontare questo periodo di crisi.
Un’opera che tra il genere d’azione post apocalittico e la denuncia sociale costruisce un legame interessante con i personaggi e la loro vita condizionata dalla pandemia, che è un ricordo vivo anche per noi. In un momento di inaspettata climax emotiva la pellicola, però, cambia completamente e improvvisamente registro. L’autore decide di fondere il realismo con il mondo mitico e magico del Ramayana, un’opera fondante per le culture delle popolazioni dell’Indocina. Il mito del principe Rama e della sua guerra contro i giganti trova violentemente spazio all’interno del crudo racconto dell’epidemia, fondendo le due narrazioni in un unica vicenda che sfiora un linguaggio metacinematografico e transmediale, unendo il cinema e il teatro.
Il cerchio che la pellicola tenta di chiudere nell’unire questi due mondi lontani e profondamente legati alla cultura thailandese purtroppo non trova il suo compimento. La bipartizione del film finisce per essere sia il suo punto di forza che il problema della storia che invece di accrescere il potere della denuncia lo indebolisce, introducendo nuovi personaggi nell’ultimo atto del film e lasciando tutte le linee narrative slegate tra loro. L’epilogo non trova la ricercata somma delle loro parti. In conclusione un’opera forte per la propria originalità, ma debole nella sua coesione.